Musica

Tra hi-tech, sperimentazione e futuro del jazz. Mattia Cigalini a Itria Valley Jazz Festival

E’ partita martedì 25 agosto a Martina Franca la 1^ edizione dell’Itria Valley Jazz Festival, una manifestazione nata col preciso scopo di promuovere un territorio ricco e denso di storia e attrattività attraverso il linguaggio del jazz. Una settimana di musica che si chiude stasera in grande col concerto di Gegè Telesforo, autentico “Groove Master” conosciuto in tutto il mondo.

E martedì sul sagrato di San Martino si è esibito un duo di assoluto rilievo ed interesse sia italiano che internazionale: quello formato da Mattia Cigalini (sax) e Enrico Zanisi (pianoforte), due giovanissimi jazzisti richiestissimi e di sicuro avvenire. “Un’accoppiata perfetta: due musicisti con esperienze affascinanti nella loro diversità, impegnati nella creazione di un suono estremamente completo”, ha dichiarato Brian Morton, giornalista e scrittore scozzese.

Abbiamo incontrato Mattia Cigalini pochi minuti prima del concerto in un vicoletto a due passi dalla Basilica di San Martino, per scambiare qualche battuta nella libertà più assoluta e senza alcun copione prestabilito. Alla maniera del free jazz, insomma.

Ciao Mattia, benvenuto a Martina Franca. Mentre inizia ad arrivare il pubblico in piazza, apro con una domanda a tema: avendo suonato spesso all’estero, immagino che tu abbia un quadro ben definito di quelle che sono le differenze tra il panorama italiano e quello estero. Ce le descrivi?

La prima cosa che mi viene in mente parlando del pubblico estero è che c’è tanta passione, competenza in materia e voglia di sentire qualcosa di nuovo e stimolante. Qua da noi il piattume e la standardizzazione la fanno invece da padrone, mentre all’estero ci sono direttori artistici e organizzatori che rischiano e che hanno interesse nel dare visibilità a quanto di buono emerge al momento, tutto il contrario dell’Italia. Qui da noi infatti la prima cosa che ti chiedono quando dici di fare il musicista è: “Si, ma cosa fai veramente di lavoro?”. Una cosa ormai impiantata e diventata un clichè. Però quando uno persevera per tanto, iniziando a far musica a 7 anni e facendo concerti ormai da 13 anni, ci si abitua e non si fa più caso.

Forse questa domanda emerge perché la situazione è alquanto precaria e non si sa se il musicista professionista campi effettivamente dalla musica coi dischi e coi concerti o con altro.

Guarda, oggi è cambiato tutto e c’è una grossa confusione a tutti i livelli, perché artisti con un grosso potere contrattuale e ingaggi di un certo livello vanno a infilarsi in manifestazioni dove la paga consiste solo nel rimborso delle spese di viaggio (o forse nemmeno quello, nda), penalizzando di fatto tutta la categoria. Oggi avere un manager non cambia nulla se non raddoppiare i problemi e le adempienze, e questo perché in Italia non esiste a mio parere una scuola o una storia di management musicale serio. Pensa a me: ho cambiato manager 3 o 4 volte, e non è che la situazione sia migliorata!

Parlando invece di te, faccio una domanda con una piccola premessa: ho diversi amici che hanno avuto a che fare col jazz in tenera età, e ricordo benissimo che venivano visti come “strani” dai coetanei, per il loro approcciarsi a strumenti diversi dalle solite chitarre e ad una musica vista come adulta. Ci racconti qualcosa della tua infanzia/adolescenza da musicista?

Io ho iniziato a 7 anni in una banda di paese ad Agazzano (Piacenza) e poco dopo, grazie alla spinta del mio maestro di musica, mi sono iscritto e diplomato in classica al conservatorio. Dopo i primi ingaggi e le prime esperienze ho preferito il jazz alla classica, che comunque amo. Il mio paesino è per me il posto migliore al mondo, ma è anche vero che è un posto molto piccolo sperduto fra le colline. Io coi miei coetanei ero obbligato a dividere in due la mia vita: da una parte giochi e svaghi da ragazzino, dall’altra lo studio e l’esercizio da musicista, che facevo quasi di nascosto. Io questo scarto e questa differenza l’ho sempre avvertita fino a poco tempo fa, e precisamente fino a quando non ho iniziato ad avere un po’ di visibilità su giornali e media.

Però non è un po’ brutto sapere di avere tanta gente attorno per il semplice fatto di “essere famosi” o quantomeno di avere una visibilità che non tutti hanno?

Certo, ma il segreto è fregarsene… Proprio per questo la carriera del musicista di professione si distingue da quella dell’hobbista, perché bisogna andare dritti col paraocchi fregandosene delle etichette, delle false amicizie, delle illusioni e delle delusioni. Uno si immagina la vita del musicista come dedicata solo al suonare, ma non è così. Tra adempienze fiscali e contrattuali, viaggi e routine quotidiana il lato esecutivo copre solo il 5-10% della nostra vita. Oggi sono qui a Martina Franca dopo 9 ore di viaggio, e dopo il concerto e una dormita domani sono pronto a rifare la stessa cosa, e così per ogni ingaggio. Insomma, la vita da musicista on the road è difficile, a meno che non si abbia un jet privato e uno staff corposissimo, ma non è certo il mio caso! O si ha una corazza spessa e una passione capace di sopportare tutto, oppure vale veramente la pena di dedicarsi ad altro.

E proprio parlando di lavoro e futuro, dove ti vedi fra 10 anni? Ti immagini meglio in Italia o all’estero?

Guarda, io sono un caso particolare: ho avuto spesso la possibilità di poter stare a Parigi o a New York lavorando con ingaggi di tutto rispetto, ma non cambierei mai il mio postaccio nel piacentino con nulla… Fra 10 anni mi vedo quindi ancora in Italia, anche perché fra pochi mesi divento padre e quindi tante cose della mia vita sono destinate a cambiare.

Mattia non si dedica alla musica solo dal punto di vista esecutivo e compositivo, ma anche dal lato tecnico, visto che durante l’intervista apre la sua custodia per mostrarci il prototipo di un’ancia innovativa:

Ho messo su un gruppo di ricerca di ingegneri neolaureati che sta per mettere sul mercato un’imboccatura sperimentale realizzata in una lega innovativa chiamata “BlackTech”. Questo è un progetto al quale tengo tantissimo e che mi sta dando una marcia in più anche da punto di vista esecutivo. A Martina Franca uso questo prototipo per la prima volta e durante il soundcheck ho già avuto i complimenti da parte di Enrico Zanisi, che dopo qualche minuto mi ha detto “Mattia, stasera hai davvero messo il turbo!”

Se tutto va bene il progetto ci consentirà di poter usare questa lega anche per altri strumenti musicali, tra i quali il pianoforte.

Diciamo che hai intrapreso una strada comunque originale, visto che pensare allo strumento non solo dal punto di vista esecutivo ma anche tecnico è un qualcosa degno di nota. Da appassionato di elettronica e costruzione di apparecchi musicali ti confesso che la sperimentazione e l’adattamento dello strumento alle proprie esigenze è certamente un capitolo interessante e che apre anche sbocchi imprenditoriali per il futuro, non credi?

E’ così… Questa imboccatura mi fa suonare più concentrato e in maniera più naturale, aiutandomi tantissimo a liberarmi da certi tecnicismi dei quali ho fatto abuso in passato. Ripeto, io in questo progetto ci credo tantissimo e non faccio fatica a dirti che se dovesse riuscire maggiormente questo rispetto alla mia carriera da musicista, sarei contento ugualmente!

La mia ultima domanda prima di lasciarti al concerto: noi in Italia abbiamo un background musicale notevole, una storia densissima di avvenimenti e interpreti, una tradizione studiata e invidiata in tutto il mondo, ma la formazione nostrana a che punto è?

Io ho una formazione sia classica che jazzistica, e posso dire che siamo messi male. I programmi sono penosi ed è impensabile che la patria di Paganini e Verdi sia popolata di insegnanti che non suonano mai e che hanno preso la cattedra non si sa come. Gli strumentisti giovani e capaci vengono quindi chiusi in un modello blindato, che è un po’ simile a quanto ho visto in USA in occasione di alcuni concerti tenuti nel 2013. In quell’occasione andai infatti in un locale dove abitualmente si esibivano alcuni saxofonisti di una scuola, e posso dirti che se tu avessi ascoltato le performance con gli occhi bendati, non avresti sentito differenze. Suonavano tutti con lo stampino! Questo è il termometro di quello che succede oggi nel jazz e che ieri è successo con la classica: si prendono dei generi selvaggi, sporchi, aperti e innovativi e si rinchiudono negli standard, in un qualcosa di asettico e che rifiuta l’errore o la variazione. Pensa che Miles Davis ha costruito una carriera sull’errore come possibilità di sperimentazione! Il panorama jazzistico odierno ha tanti musicisti di valore, chiuso però da istituzioni come il Berkeley College of Music, che in America sta praticamente chiudendo in una camera iperbarica un genere che nasce con ben altri presupposti.

In Italia abbiamo invece tanti strumentisti di personalità, e che andrebbero quindi valorizzati e lasciati liberi di esprimersi. Non ci resta che sperare nel futuro!

Funk, rock e ritmi travolgenti. La lezione di George Clinton al Locus Festival

Alcune parti dell’articolo le ho prese dal pezzo che ho scritto originariamente per Valleditrianews questa mattina (articolo qui):

Oltre due ore di funk a ritmi sostenuti, conditi da moto perpetuo e da movenze da vecchio leone del palco, senza contare l’incredibile voglia di coinvolgere il pubblico lungo tutta la performance. Tutto questo è stato il live di ieri sera di George Clinton & Parliament Funkadelic, andato in scena in una Masseria Ferragnano colma di pubblico venuto da ogni parte della Puglia (e non solo) nell’ambito del Locus Festival 2015.

Ieri sera, in perfetto orario (cosa non comune nemmeno tra i concerti delle cover band), il 74enne si è presentato sul palco della Masseria Ferragnano carico di energia, dispensando linguacce, saltelli, gestualità da vecchio performer (alcune delle quali riprese da autentici miti black quali James Brown) e le care corna rock’n’roll, contornato da una band che non ha perso nemmeno un colpo lungo tutta la scaletta. A completare lo show, un contorsionista-cowboy vestito in pelo di coniglio bianco che si è dimenato per il palco, arrampicandosi anche sulle casse dell’impianto, oltre ad una corista che – vestita da coniglietta – con le sue movenze ha contribuito ad alzare la temperatura della serata, già alta di suo.

Per scattare le foto mi sono servito della mia vecchia Nikon D90 (forse all’ultima uscita, visto che sarà rimpiazzata a breve, ma ne parleremo un’altra volta), affiancata in questo caso dal Nikkor 28-70mm f/2.8, scelto per la relativa vicinanza al palco. Per completare la borsa, ho portato con me la Fuji E2 col suo 18-55mm (usato a 18mm per un paio di grandangoli) e col Nikkor 50mm f/1.4 AI del 1978, lente manual focus alla sua prima uscita. Nonostante il fuoco manuale, ho ottenuto delle foto in B/W davvero belle, complice anche la grande luminosità dell’obiettivo e l’ottima tenuta a ISO3200.

Chiudo con qualche piccola nota da cronisti: ottima la gestione della viabilità e dei parcheggi (nonostante le ultime auto abbiano parcheggiato praticamente lungo la circonvallazione), gestione ticket e ingresso celere e puntuale e impianto audio all’altezza: non stonarsi dopo due ore a un metro dal palco non è cosa comune…

Premio Maggio 2015 [fotogallery]

#unomaggiotaranto 2015 [fotogallery]

A Pulsano gli omaggi “Scontati” di Lorenzo Kruger e Giacomo Toni a Paolo Conte

Omaggi “Scontati” a Paolo Conte ieri sera al Villanova di Pulsano, dove è andato in scena il concerto-tributo di Lorenzo Kruger (Nobraino) e Giacomo Toni (Novecento Band) al grande avvocato-cantautore jazz Paolo Conte.

Un’ora e mezza di grande spettacolo nonostante la serata non proprio primaverile, fra gestualità caricaturali, grande movimento per il palco ed interazione col pubblico, con Toni che ha aperto il concerto con un “Un pubblico di maiali, il MIO pubblico!”, scatendando le risate del pubblico, con tanto di grugnito di risposta.

Lorenzo Kruger è il cantante dei Nobraino, nota indie-band italiana, con la quale ha pubblicato nel 2014 il quinto album, “L’ultimo dei Nobraino”. A questa esperienza Lorenzo Kruger deve la maturazione di tutti i suoi aspetti artistici, restituendo agli Scontati un impatto live ancora più forte. Lorenzo Kruger è anche attore e poeta, è un frontman che conquista il palco con la sua energia e coinvolge il pubblico in modo allegro e divertente.

Giacomo Toni è un artista poliedrico: autore cantante e pianista. Dal 2005 è la voce della ‘900 Band, con la quale ha debuttato nel 2013. Il suo approccio al pubblico travalica il mezzo di comunicazione, i suoi concerti offrono capolavori comici, ballate splendide e malinconiche: ogni canzone è un tornado di riferimenti musicali disparati, dalla scuola genovese al jazz sperimentale. La sua musica, il suo linguaggio originale, i giochi di parole delle sue composizioni si mescolano, si rintracciano, si rispecchiano ed arricchiscono i capolavori di Paolo Conte.

Tante le canzoni eseguite con estro e partecipazione dal duo, come “Bartali”, “Wanda”, “Azzurro”, “Genova per noi”, “Via con me” e la straordinaria “La Topolino Amaranto”, eseguita da Kruger mentre mimava di essere al volante della storica icona FIAT e con Toni al suo fianco, con tanto di fascia tricolore legata al capo. Un tributo che ha saputo cogliere la vena estroversa e bizzarra di Paolo Conte, resa al massimo attraverso mille artifici: aste del microfono che diventavano ora remi, ora trombe, poi la leva del cambio di un’auto, senza contare l’armamentario di giochi e attrezzi che Kruger si porta dietro dai tempi delle prime esperienze con i Nobraino, come il classico kazoo (usato per ricreare dei giochi di risonanze in un calice colmo di vino) o una diamonica per accompagnare all’unisono Toni, che nella foga del concerto è anche caduto mentre saliva sul pianoforte (un verticale, quindi abbastanza alto), ferendosi anche alla mano e continuando a suonare come se niente fosse. Un caso dove il detto “dare il sangue per la musica” è azzeccatissimo…